L'ad di Fiat? Per Pannella è un nuovo Salvemini (lo sappia o no)

Tante cautele sulle possibilità di successo dei piani industriali di Sergio Marchionne, ma allo stesso tempo parecchia gratitudine per la "singolarità" americana – e soprattutto "transnazionale" – che l'ad di Fiat sta incarnando nel dibattito pubblico italiano. Marco Pannella, leader storico dei Radicali, al Foglio dice che "da settimane" tenta "di sottolineare la centralità della questione delle relazioni industriali, parlando in continuazione di Marchionne"
19 DIC 10
Ultimo aggiornamento: 13:47 | 12 AGO 20
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Tante cautele sulle possibilità di successo dei piani industriali di Sergio Marchionne, ma allo stesso tempo parecchia gratitudine per la "singolarità" americana – e soprattutto "transnazionale" – che l'ad di Fiat sta incarnando nel dibattito pubblico italiano. Marco Pannella, leader storico dei Radicali, al Foglio dice che "da settimane" tenta "di sottolineare la centralità della questione delle relazioni industriali, parlando in continuazione di Marchionne". "Grazie a lui, posso ricordare l'angolazione visuale, storica e teorica di Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini, la soluzione liberale e non nazional-nazionalista per l'economia". Ma prima di spiegare, a Pannella urge uno dei suoi incisi: "Carlo Callieri – ex manager Fiat e già vicepresidente di Confindustria, intervistato dal Foglio mercoledì – mi sembra uno dei pochi che abbia questa visione internazionalista anche degli eventi sociali ed economici. Lo saluto con riconoscenza, unico dirigente Fiat, se si esclude l'Avvocato, con le sue contraddizioni, che sia stato capace di dare un contributo alla realtà sociale del paese. Sono certo che nell'ambito confindustriale altri siano lieti di questa sua ricomparsa".

Veramente qualche osservatore sostiene che i vertici dell'Associazione degli industriali avrebbero "scaricato" Marchionne e la sua richiesta di rupture sulle relazioni industriali: "Non mi stupisco. Confindustria non ha nulla di 'liberista', rappresenta in pieno il 'parastatalismo' della condizione produttiva italiana". Non sono slogan, assicura: "Quando nel 2000 ci battemmo come Radicali per abolire l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, non ci hanno dato nemmeno una lira, nonostante lo chiedessimo pubblicamente". E il conservatorismo di viale dell'Astronomia non è una novità. Nel 1974 Pannella racconta di aver chiesto a Gianni Agnelli, appena diventato presidente degli industriali, di praticare lui la rupture: "Gli proposi di convocare la stampa e dare una lira simbolica al Partito. Serviva a dire che si smetteva con il metodo precedente, quello del connubio opaco con i partiti. L'Avvocato era d’accordo, ma il direttore generale di allora minacciò di dimettersi e così non se ne fece nulla".

Questa volta però Confindustria dice di non voler incrinare il dialogo con i sindacati: "Per questo cito Salvemini, anche lui americano acquisito
. All'inizio del secolo scorso riconobbe nell'alleanza industrialista tra aristocrazie operaie e imprese succhia-stato il fattore che impediva lo sviluppo del paese, e uscì contemporaneamente dal Partito socialista e dal sindacato". Oggi Marchionne annuncia l'uscita da Confindustria. E' la stessa cosa? "L'ad di Fiat non è caratterizzato da una singolarità di pensiero, ma da una singolarità di prassi". Ovvero, "Marchionne non è un genio, ma un manager che crede a quello che vede e conosce grazie alla sua esperienza transnazionale". A differenza di un sindacato rimasto invece a misura di stato nazionale, e per questo indebolito. “Anche a livello continentale, infatti, esiste soltanto burocrazia sindacale, come il Comitato economico e sociale (Ces) di Bruxelles. Un'iniziativa sindacale europea, invece, potrebbe offrire risposte alle esigenze italiane come a quelle serbe, per intenderci".

Cosa temono i sindacati italiani? Che il liberismo, "e non l'assenza di regole" precisa Pannella, gli sottragga potere. Il faccia a faccia tra lavoratori e imprenditori per discutere di salari e produttività, azienda per azienda, "vuol dire riconoscere che la prima capacità d'impresa è quella di organizzare il lavoro. Se neghiamo per esempio ai nostri piccoli imprenditori di esprimere la loro genialità nei rapporti con i pochi dipendenti che hanno, cosa gli resta? Di fatto è questo uno degli interrogativi che poneva Luigi Einaudi quando sosteneva che il liberismo è una scelta etica prim'ancora che economica”. Una scelta che oggi nessun politico sembra voler difendere apertamente, magari a fianco di Marchionne: "Liberal-liberisti a livello di operato, anche nel Pdl, non ne conosco. I nostri politici hanno paura di farsi vedere accanto a Marchionne, temono di esserne oscurati. Preferiscono, in prospettiva, scaricare su di lui la responsabilità della disoccupazione al sud come al nord".